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2020, anno del Covid. Storie, occhi, parole e volti della pandemia a Messina

Francesca Stornante

2020, anno del Covid. Storie, occhi, parole e volti della pandemia a Messina

giovedì 31 Dicembre 2020 - 18:00
2020, anno del Covid. Storie, occhi, parole e volti della pandemia a Messina

I giovani messinesi lontani da casa durante il lockdown. Le voci della disperazione di una crisi che è appena iniziata. Le storie di dolore profondo e riscatto. Un anno di racconti delle nostre vite

Il 2020 sarà per sempre l’anno in cui il mondo intero si è trovato a combattere una pandemia. Coronavirus e Covid 19 sono diventate le parole più pronunciate nella nostra quotidianità. Un anno fa, pronti a brindare al nuovo 2020, neanche immaginavamo cosa stava per succedere. Nei primi giorni di gennaio abbiamo iniziato a sentire qualche notizia su un misterioso virus cinese che causava una brutta polmonite. Ma la Cina sembrava lontana, non sapevamo neanche dell’esistenza di Wuhan. Nessuno di noi pensava che da lì a poco le nostre vite sarebbero state rivoluzionate. Invece il Covid è arrivato ovunque.  Con Codogno l’Italia si è accorta che la Cina non era poi così lontana. Era il 21 febbraio 2020. Da lì quello che è accaduto è destinato a finire nei libri di storia. 

Le mille facce del Covid

In questi lunghi mesi abbiamo raccontato il Covid sotto mille forme. La pandemia, il virus, i posti letto, le terapie intensive, i bollettini giornalieri con i freddi numeri di contagi e morti, il lockdown, le zone rosse, la crisi. E dietro ognuna di queste facce tante storie, sentimenti, volti. L’anno del Covid è stato scandito dai racconti di come è cambiata la nostra vita. E rimetterle oggi in fila, una dietro l’altra, fa venire i brividi. Rileggere tutto con le consapevolezze di oggi ci deve insegnare ciò che ancora non siamo riusciti a imparare. Dovevamo diventare migliori. Facciamoci questa promessa collettiva come buon augurio per il nuovo anno.

Marzo 2020

Erano i primi giorni di marzo 2020. L’Italia stava per diventare zona rossa. Torniamo con la mente a quei giorni. I primi segni della nuova vita con il Covid li abbiamo letti negli occhi di quei primi sette studenti dell’Università di Messina che il 10 marzo si laurearono a distanza. Sette giovani pieni di speranze, pronti per celebrare il loro giorno più bello. Si collegarono dalle loro stanze, qualcuno dal salone di casa. In sottofondo le voci di genitori e familiari. Le corone di alloro e gli abbracci alla fine di una proclamazione a distanza. Divisi da uno schermo. Le prime lauree online. Quel giorno Samuele, uno dei sette primi laureati online ci raccontò che non aveva rinunciato alla comodità di rimanere in ciabatte. Ma il coronavirus non riuscì a soffocare lacrime ed emozioni. Immagini che di lì a poco sarebbero però diventate la triste normalità. 

Il gel igienizzante e le maschere da snorkeling

Sempre in quei giorni raccontammo lo sforzo di una squadra straordinaria che sempre all’Università di Messina si rimboccò le maniche per creare un igienizzante completamente made in Messina. Erano i giorni in cui iniziava il tam tam del lavarsi spesso le mani. L’amuchina era diventata introvabile. I prezzi erano schizzati alle stelle. Messina, grazie all’impegno della spin off Science4life, coordinata dal prof. Giacomo Dugo, riuscì a dare una risposta concreta. Tecnici e ricercatori lavorarono instancabili per settimane nei laboratori dei laboratori PanLab.

Poche settimane dopo in un altro dipartimento, quello di Ingegneria, la professoressa Candida Milone coordinò un altro gruppo di ricercatori infaticabili. Trasformarono le maschere da snorkeling in maschere per la terapia sub-intensiva. In quei giorni mancava tutto, anche gli ospedali di tutta Italia si scoprirono impreparati al Covid. Ma quelle maschere rappresentarono una speranza. Scattò una incredibile gara di generosità che vide donazioni di maschere da snorkeling da ogni parte di Messina e provincia.

I giorni passavano. Tutti eravamo in chiusi in casa. #andràtuttobene, gli arcobaleni, la speranza. Anche Tempostretto lanciò una campagna di sensibilizzazione: #iorestoacasa. Perché in quel momento l’unica cosa che potevamo fare per combattere il Covid era proteggerci così, mentre fuori, negli ospedali, iniziava la vera guerra. Quell’hastag diventò il filo conduttore dei racconti di centinaia di famiglie. Abbiamo raccolto video, foto, pensieri, riflessioni. Tantissimi messaggi di bambini sorridenti che invitavano i grandi a rimanere a casa. Gli appuntamenti sui balconi ogni pomeriggio per cantare l’inno d’Italia. Qualcuno ha parlato per la prima volta con i propri vicini di casa. Dovevamo stare distanti, ma quella distanza ci aveva davvero unito. 

I giovani messinesi rimasti lontani

Ben presto però la paura iniziò ad avere il sopravvento. Le immagini delle stazioni del nord Italia prese d’assalto da migliaia di persone che in fretta e furia fecero le valigie per tornare al sud innescò il terrore degli “untori”. Furono tanti però i giovani messinesi che invece decisero di rimanere lontani. Li abbiamo conosciuti attraverso un nuovo modo di fare interviste, via Skype. Lontani, ma vicini grazie alla tecnologia. Le prime che ci hanno raccontato la loro scelta furono Claudia e Giuliana Gravina. Due sorelle, insegnanti a Piacenza. 30 mq di appartamento a 15 km da Codogno che in quel momento era l’epicentro del Covid. «Non abbiamo fatto nulla di eroico, ma dobbiamo proteggere la nostra famiglia da qualsiasi rischio» dicevano Claudia e Giuliana. 

Come loro furono in tanti, da ogni zona d’Italia, a raccontarci come stavano affrontando la pandemia e il lockdown da soli, lontani, senza avere idea di quando sarebbero potuti tornare a Messina. Giuseppe da Milano ci raccontò come aveva rivoluzionato il suo lavoro di istruttore. Con le palestre chiuse aveva iniziato a fare gli allenamenti in diretta Instagram. Paolo non vedeva l’ora di tornare a sentire il profumo del suo mare, ma sapeva di dover rimanere lontano per amore dei suoi cari. Giovanni, cameriere messinese a Verona, lanciò un messaggio: «Usiamo la testa perché non possiamo permetterci di sbagliare». Il suo ristorante aveva chiuso ma lui non penso neanche per un attimo di tornare a Messina perché era giusto così. Valentina, innamorata visceralmente della sua terra, si era appena abituata alla nuova vita a Parma. Il covid scombussolò tutti i piani e le certezze che a fatica aveva costruito: «Vivo questi giorni pensando a quando potrò rivedere Messina».

Vincenzo da Stoccolma raccontò come la Svezia stava affrontando la pandemia con misure molto meno drastiche rispetto all’Italia. Denji da Malta descrisse com’era cambiata la vita in una località che viveva di turismo 365 giorni l’anno e che aveva dovuto chiudere tutto, lasciando in tanti senza lavoro. Dal Perù abbiamo raccolto l’appello del giovanissimo Samuele che non poteva più rientrare in Italia quando chiusero le frontiere, ma che aveva bisogno di insulina perché diabetico. Dall’Inghilterra le storie di vere e proprie odissee di studenti in Erasmus che da un giorno all’altro si trovarono senza sapere cosa fare e come tornare a casa.

La crisi economica

Decine di volti, nomi, storie, vite che abbiamo incrociato, in quei mesi. Storie di sacrifici, mancanze, paure, ma anche tanta speranza e voglia di non arrendersi. Poi però il Covid ci fece presto rendere conto che quello che stavamo affrontando non era solo un’emergenza sanitaria. Le prime settimane di lockdown furono il preludio di una crisi economica di cui ancora oggi non sappiamo realmente l’impatto. Nuove storie e nuove voci. Ma che parlavano di soldi che non bastavano più, di licenziamenti, di debiti.

Ilenia, Ezio, Marcello…

La prima a squarciare questa breccia, quando ancora si parlava solo della questione sanitaria, fu Ilenia, una ristoratrice della provincia di Messina. Erano trascorse poche settimane di lockdown, ma chi viveva di un’attività come un ristorante aveva già capito. «Anni di lavoro, adesso sopravviviamo» raccontava Ilenia che insieme alla sua famiglia aveva dedicato tutta la vita al suo ristornante. Ancora non c’era stato nessun aiuto, nessun incentivo. Fu così per molti mesi. Quelli che arrivarono per tanti non furono sufficienti neanche per pagare gli affitti. Ezio ci raccontò i salti mortali per non veder andare in fumo i sacrifici per realizzare la sua sala ricevimenti. Grande la sua amarezza in quei giorni: «Chi me lo fa fare ad avere una partita Iva in Italia?». Ad aprile a Messina, Marcello iniziò lo sciopero della fame davanti il suo ristorante in pieno centro città perché non sapeva più come andare avanti. Da quel momento le voci della disperazione economica causata dal Covid si moltiplicarono. 

Gli occhi di Franco

La frustrazione del settore eventi e matrimoni, praticamente annientato dal Covid. Le palestre chiuse e gli occhi lucidi di Franco, un omone di 60 anni, un padre e un lavoratore, che non vergognò a dire che era disperato. Cinema e teatri chiusi, tutto racchiuso in un’immagine che forse ha detto più di mille parole. Loredana, all’interno del suo cinema Apollo, in mezzo alle poltrone vuote e ad uno schermo spento è stata il simbolo della fine della socialità a cui il covid ci ha condannato. Le proteste in piazza di baristi, ristoratori, commercianti, mondo della cultura, artisti. Tante, troppe incertezze, confusione tra ordinanze e dcpm, richieste di aiuto. 

I positivi chiusi in casa

A ottobre, finita l’estate, anche Messina si è poi trovata a fare i conti con la seconda ondata. E, rispetto ai mesi della fase 1, i contagi hanno iniziato a correre veloci. Non solo le case di riposo, le rsa, i focolai circoscritti. A marzo e aprile, a Messina, non tutti avevamo avuto a che fare da vicino con il coronavirus. Oggi, oltre a chi lo ha provato sulla propria pelle, è impossibile trovare qualcuno che non abbia un amico, un vicino, un conoscente contagiato. Le storie da raccontare sono diventate quelle dei contagiati abbandonanti da una macchina Asp che non è riuscita a gestire questa seconda fase di emergenza.

Decine di richieste di aiuto da famiglie chiuse in casa senza sapere cosa fare, senza i risultati dei tamponi, senza assistenza di alcun tipo e pieni di spazzatura. Come l’infermiera del Papardo, chiusa dentro da 40 giorni senza sapere se era ancora positiva o se era guarita: «Voglio tornare in corsia, possono essere più utile lì» diceva con amarezza. O la signora Adriana che senza esito del tampone non poteva andare a fare la chemioterapia per il suo tumore. Drammatica la storia di Giovanni, positivo con tutta la sua famiglia, abbandonati dall’Asp senza risposte. La sua mamma non riuscì a vincere la battaglia contro il covid. Nessuno di loro ebbe la possibilità di andare al funerale, l’ultimo saluto ad una donna, mamma e nonna fu dal balcone di casa. 

Il Covid ci ha messo di fronte al dolore più cieco, crudo, devastante. La solitudine a cui sono stati condannati i malati ricoverati in ospedale, l’ansia di famiglie appese ad un’unica telefonata quotidiana. Difficile dimenticare la storia di Renato e dei suoi ultimi 38 giorni di vita a causa del coronavirus. O la disperazione di Carmelo che nel giro di pochi giorni ha dovuto dire addio alla mamma, al fratello quarantenne e al papà. 

La speranza

Questo anno si chiude con un bagaglio di testimonianze che raccontano la vita vera di questa nuova epoca segnata da una pandemia. Quelle che non dobbiamo dimenticare sono le parole di medici e operatori che il virus lo hanno combattuto in trincea. I racconti di chi il covid è riuscito a sconfiggerlo, ma ha visto la morte nel letto accanto. Il sorriso di nonna Concetta che ha compiuto 100 anni mentre era ricoverata al Covid hospital del Policlinico ed è uscita vittoriosa. Nell’anno che verrà potremo dimostrare se davvero siamo diventati migliori. Ma solo se non dimenticheremo tutte le mille sfaccettature di quello che il 2020 ci ha fatto vivere.

Francesca Stornante

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