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Agguato fallito a Giostra, condannati Cutè e Gatto

Alessandra Serio

Agguato fallito a Giostra, condannati Cutè e Gatto

martedì 30 Giugno 2020 - 17:33
Agguato fallito a Giostra, condannati Cutè e Gatto

Ha deciso condanne più miti rispetto a quelle sollecitate dall’Accusa ma comunque pesanti, tenuto conto che si trattava di un rito abbreviato – il Giudice per le indagini preliminari Simona Finocchiaro, per i protagonisti dell’agguato fallito a Giostra nel 2018.

Il suo verdetto è questo: 17 anni e 4 mesi per Paolo Gatto, figlio del boss storico del rione Puccio Gatto, e 19 anni anni e 10 mesi a Giuseppe Cutè. Il primo è accusato anche di una rapina, il secondo di aver gestito attraverso terze persone un centro scommesse a Villa Lina.

Il PM Liliana Todaro lo scorso 16 giugno aveva invocato la condanna a 28 anni per Gatto e 20 per Cutè. Il giudice, sentiti i difensori – gli avvocati Salvatore Silvestro e Alessandro Billè, ha però deciso diversamente, riconoscendoli però colpevoli dell’accusa più pesante di tentato omicidio.

Il GUP ha condannato anche Giovambattista Cuscinà ad un anno e 4 mesi per detenzione di pistola, e rinviato a giudizio la stessa vittima scampata all’agguato e Martina Curatola, accusati rispettivamente di favoreggiamento e intestazione fittizia di beni, difesa dall’avvocato Pietro Venuti. Per loro il processo comincerà il prossimo 14 ottobre.

Il giudice quindi conferma anche la ricostruzione operata dalla Direzione distrettuale antimafia e i Carabinieri che a settembre scorso hanno arrestato Cutè e Gatto, svelando in parte il movente di quello che era un tentativo di uccidere in piena regola e non un semplice avvertimento, messo a segno a fine agosto del 2018.

“C’è un tentativo in atto di riorganizzazione del clan di Giostra, dietro il ferimento. Un clan allo sbando perché alla ricerca di nuovi punti di riferimento, coi capi storici in carcere”, aveva spiegato il procuratore aggiunto Rosa Raffa.

In questo quadro, Gatto cercava di ritagliarsi violentemente il suo posto al sole, preparando la sua ascesa per ereditare quello che era stato il potere del padre.

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