In 700 pagine d'ordinanza, il gip Fiorentino conferma l'impianto della Procura, con l'accusa di peculato. Ma nega gli arresti domiciliari
MESSINA – Il caso rimborsi all’Università di Messina con l’accusa di “plurimi reati di peculato”. Ieri i finanzieri del Comando provinciale, su delega della Procura di Messina, hanno eseguito il decreto con il quale il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Messina ha disposto il sequestro di oltre un milione e seicentomila euro nei confronti dell’ex rettore di UniMe Salvatore Cuzzocrea. Il tutto oltre al sequestro preventivo, adottato in via di urgenza, di oltre 860mila euro. L’accusa riguarda la presentazione di scontrini fiscali per acquisti che, secondo gli inquirenti, riguardano spese personali; la richiesta di
rimborso di missioni ufficialmente per attività di ricerca ma collegate alla presenza in eventi ippici. Osserva il gip Eugenio Fiorentino in 700 pagine di ordinanza: “Tramite il cosiddetto rimborso spese” si è “aggirato il sistema ordinario di uso dei fondi di ricerca e rendicontazione”. E, per gli inquirenti, così facendo, ci si appropriava “di ingenti somme di denaro mediante l’uso di documentazione contabile artefatta, gonfiata o non inerente al progetto”.
Il procedimento trae origine da alcuni esposti presentati da Paolo Todaro, componente del Senato accademico, riguardo a “presunte irregolarità commesse dal 2019 al 2023”.
“Un vero e proprio sistema artichettato da Cuzzocrea per gonfiare i rimborsi”
Si fa riferimento, in questo contesto, a diciotto progetti di ricerca. Secondo il gip, gli accertamenti svolti hanno consentito di “disvelare l’esistenza di un vero e proprio sistema architettato da Cuzzocrea per appropriarsi di parte dei fondi destinati alla ricerca mediante un sistematico abuso delle proprie funzioni pubbliche” (di responsabile scientifico dei progetti e di rettore dell’Università). “Abuso”, per l’accusa, accompagnato dalla “predisposizione di atti falsi o altri artifici, tali da gonfiare gli importi chiesti a titolo di rimborso, approfittando anche del clima di soggezione e, in parte, del lassismo degli organi deputati all’istruttoria e al controllo”.
La società agricola della famiglia Cuzzocrea
Tra i fornitori – mette in risalto sempre il giudice per le indagini preliminari Fiorentino – spicca per maggior importo chiesto a rimborso (366.490,50 euro) la “Divaga società agricola Srl”, dedita all’attività di allevamento cavalli e altri equini a Viagrande, nel Catanese. Della società hanno quote (20%) Valentina Malvagni, moglie di Cuzzocrea; lo stesso ex rettore, 80%, e amministratrice unica Maria Eugenia Salvo, madre dell’indagato. E vi era “talvolta coincidenza delle missioni rimborsate, per data e luogo di svolgimento, con la partecipazione del professore, del figlio e degli altri cavalieri dell’associazione La Cuadra a gare d’equitazione di salto a ostacoli”.
Fiorentino conferma l’impianto accusatorio della Procura: il professore Cuzzocrea richiedeva una richiesta di rimborso per delle spese asseritamente sostenute, documentate, quasi in via esclusiva, a mezzo scontrini fiscali, “privi di ogni riferimento circa la merce acquista o comunque relativi all’acquisto di materiale vario e generico”. Ovvero, legname, farmaci (con codice fiscale dell’ex rettore o della moglie), parafarmaci, casalinghi, materiale elettrico ed edile, informatica, ferramenta e alimenti.
Il negozio cinese e “la ricerca di scontrini caduti a terra o lasciati alla cassa”
Di rilievo pure le dichiarazioni di un esercente cinese. L’uomo ha parlato dell’acquisto quasi esclusivo di materiale elettrico, con richiesta di emettere più scontrini fiscali consecutivi pagati con più transazioni tramite carta di credito. Evidenzia: “Il professore mi ha chiesto di raccogliere gli scontrini fiscali che i clienti lasciavano alla cassa, o quelli caduti a terra, per poi consegnarglieli. Forse per questo motivo trovate scontrini di piccolo importo pagati anche in contanti. Nel tempo ho più volte consegnato gli scontrini raccolti direttamente al professore”. Negli acquisti non era specificato il materiale venduto e secondo la Procura è “indebito l’importo di 42.161,81 euro”.
Una vicenda giudiziaria che si aggiunge al processo per gli appalti dell’Università. Il giudice per le indagini preliminari Fiorentino individua tutti gli elementi d’accusa ma respinge la richiesta di arresti domiciliari. Scrive il magistrato: “Pur ribadendo la ricorrenza di gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato e la gravità della condotta”, a parere del giudice non sussistono esigenze cautelari concrete e attuali nei confronti di Cuzzocrea. Quanto al pericolo d’inquinamento probatorio, l’attività investigativa ha acquisito una mole così imponente di documentazione che “la paventata possibilità dell’indagato di predisporne altra artefatta, per eludere le investigazioni, appare di difficile realizzazione”. La Procura di Messina, diretta da Antonio D’Amato, potrebbe ora ricorrere al Tribunale del riesame in merito a questa decisione.
La verifica interna a UniMe
Sottolineano a loro volta i finanzieri: “Un secondo e complementare filone investigativo – che attiene al sequestro preventivo di urgenza disposto dal pubblico ministero – scaturisce dalla trasmissione al Tribunale, da parte degli attuali vertici dell’Ateneo di Messina, degli esiti della verifica ordinata dalla “Commissione audit straordinaria” incaricata, dal direttore generale dell’Ateneo, di fare le verifiche relative alla legittimità di 61 decreti di pagamento emessi dal “Dipartimento “ChioBioFarAm” (Dipartimento di Scienze chimiche, biologiche, farmaceutiche e ambientali dell’Università di Messina)”.

se fosse stato un impiegato sarebbe stato arrestato.
Purtroppo la legge non è uguale per tutti.