Nel giorno in cui Edgar Morin avrebbe compiuto 105 anni, il Centro Studi a lui dedicato ricorda, con un Convegno di Studi, il grande pensatore della Complessità, la cui storia si intreccia con quella dell'Università di Messina
MESSINA – Lo scorso 29 maggio muore Edgar Morin, filosofo e sociologo, tra i più grandi intellettuali del nostro tempo. È il pensatore della “Complessità”, termine dalla potenza rivoluzionaria con cui ha trasformato il nostro modo di guardare il mondo, l’uomo, il conoscere: ha superato ogni frammentazione disciplinare, ogni riduzionismo, ogni dogmatismo o determinismo, per abbracciare la realtà in tutta la sua ricchezza, fatta di errori e contraddizioni, di disordine, di rischi e incertezze, che da limiti si convertono in nuove possibilità.
L’8 luglio, data del suo compleanno, il “Centro Studi Internazionale Filosofia della Complessità-Edgar Morin”, a lui dedicato, ha celebrato il grande pensatore con un Convegno di Studi speciale: “Edgar Morin: Filosofo a Messina”. L’iniziativa, svoltasi nell’Aula Cannizzaro del Rettorato, non si è limitata a rendere omaggio al filosofo, ma ha ricostruito il rapporto profondo e duraturo che lo ha legato all’Università di Messina: a partire dal 2002, quando l’Ateneo gli conferì la laurea honoris causa in Filosofia, l’unica — tra le tantissime ricevute — in questa disciplina.
Ad aprire la giornata sono stati i saluti della rettrice Giovanna Spatari, che ha sottolineato l’importanza e il senso di questa giornata di studi: “Non è una commemorazione, ma un momento di riflessione, che si svolge nel giorno della nascita di un grande pensatore, la cui vicenda intellettuale è profondamente intrecciata con quella della nostra Università. L’indagine su Morin rende esplicita la centralità della nostra Università e del Centro Studi Internazionale, come luoghi di confronto culturale. La continuità di questo rapporto emerge anche dal programma del Convegno, che intreccia i lavori inediti affidati da Morin agli studiosi messinesi con le ricerche che gli stessi studiosi hanno dedicato alla sua opera nel corso degli anni”.
Il convegno, infatti, si sviluppa come un dialogo tra Morin e i suoi studiosi. Da una parte i contributi dedicati alle opere che il gruppo messinese gli ha consacrato nel corso degli anni; dall’altra i saggi che lo stesso Morin ha affidato al Centro Studi. Ne emerge un itinerario che tocca la conoscenza, l’etica, la cibernetica, l’educazione, l’Illuminismo, il Mediterraneo, l’America, e tanto altro, a testimonianza della straordinaria ampiezza del suo orizzonte intellettuale.

Dopo i saluti istituzionali, la parola passa ai professori Giuseppe Gembillo, Annamaria Anselmo e Giuseppe Giordano, fondatori, sempre nel 2002, del Centro Studi, nato proprio per custodire e sviluppare il dialogo avviato con il filosofo. Un centro “a-accademico” –così lo ha definito il professore Giordano, Prorettore Vicario– perché da sempre interessato al valore culturale e non meramente istituzionale del sapere. Come, d’altronde, insegnava Morin: pensatore autodidatta, onnivoro culturale, contrario a ogni chiusura disciplinare e ad ogni esagerata barbarie dello specialismo. In più di 24 anni di attività, il Centro ha promosso convegni, iniziative, ha pubblicato numerosi volumi di e su Morin e non solo. Dal centenario del filosofo organizza, inoltre, ogni 8 luglio, una giornata di studi in occasione del suo compleanno. L’edizione di quest’anno, la prima dopo la sua scomparsa, ha assunto un significato ancora più profondo: non un nostalgico ricordo del suo pensare, ma la volontà di continuare a far vivere quel pensiero attraverso il confronto e la ricerca.
Una storia che inizia nel 1997
Tra le loro riflessioni, i professori ripercorrono la genesi dell’incontro con il pensatore francese. Tutto nasce nel 1997, quando una giovane laureanda –oggi la professoressa Anselmo– si recò a Parigi per conoscere Edgar Morin, autore al quale stava dedicando la sua tesi. L’anno successivo tornò ancora da lui e, nel 2001, ricevette dall’UNESCO l’invito a partecipare alle celebrazioni per gli ottant’anni del filosofo, tenendo una conferenza dedicata al suo pensiero. Una lettera, quella d’invito, che Anselmo ricorda ancora oggi come “una lettera d’amore”. “In quell’occasione – racconta – parlai a Morin del nostro gruppo di ricerca, degli studi che stavamo conducendo e di come il suo pensiero avesse ormai messo radici a Messina. Gli anticipai il desiderio di invitarlo nella nostra città. L’unica laurea –tra le tantissime– conferita a Morin in Filosofia la abbiamo data noi. E il resto è storia: la nostra storia, del nostro gruppo, della nostra Università”.
“Quando lo invitammo – ricorda il professor Giuseppe Gembillo – non gli rivelammo subito che intendevamo conferirgli la laurea honoris causa. Accettò immediatamente il nostro invito e soltanto allora gli comunicammo la decisione dell’Ateneo”.
Furono le giornate del 4, 5 e 6 marzo 2002, in cui Morin tenne lezioni memorabili nella sua lingua unica, un miscuglio di italiano, spagnolo e francese. L’evento si trasformò in qualcosa di inimmaginabile: l’Aula Magna, l’Aula Cannizzaro e l’Accademia Peloritana dei Pericolanti al Rettorato si riempirono di studenti e partecipanti, fino a occupare scale e corridoi in un movimento spontaneo di straordinario interesse. Da quei giorni si generò una consonanza non solo intellettuale ma anche personale, un rapporto di amicizia e di scambio continuo. “Il ricordo più forte che abbiamo di lui — testimonia, ancora, il professor Gembillo — sono i grandi abbracci riservati a ciascuno di noi e il sorriso smagliante con cui ci veniva sempre incontro”.
Morin tornò a Messina più volte, fino al 2010. In una di quelle occasioni affrontò il viaggio soltanto per aprire un convegno e riabbracciare i suoi amici, prima di ripartire immediatamente per raggiungere la moglie, ricoverata in ospedale. E quando non gli fu più possibile tornare in Sicilia, il dialogo non si interruppe. Proseguì attraverso i suoi scritti: saggi, riflessioni e testi inediti che continuò ad affidare al Centro Studi, segno di una fiducia rimasta immutata fino agli ultimi anni della sua vita.
Il manoscritto ritrovato
Tra questi numerosi lavori affidati al Centro Studi, uno custodisce una storia particolarmente significativa: il manoscritto perduto che oggi costituisce il settimo volume de Il Metodo. Originariamente concepito come terzo e conclusivo volume dell’opera, il testo dattiloscritto era andato smarrito da Morin durante un trasloco. Ritrovato dopo il completamento dei sei volumi pubblicati, fu affidato al Centro Studi perché ne valutasse la qualità.
“Ovviamente entusiasti — racconta il professor Gembillo — pubblicammo subito l’indice, anche se eravamo un po’ spaventati dall’idea di curarne la pubblicazione e la traduzione: il volume, il cui spessore teoretico era pari o superiore agli altri, aveva però una natura grezza, fatta di appunti liberi e disordinati. Finché non arrivò l’entusiasmo della giovanissima Fabiana Russo a travolgerci: si prese carico del lavoro e della successiva traduzione”.
È proprio la professoressa Russo a raccontare la genesi del volume: “Quando abbiamo scritto l’introduzione alla pubblicazione più recente, la metafora più adeguata ci è sembrata quella della gemma preziosa trovata per caso tra gli scavi: la differenza tra la pietra grezza e quella levigata, rifinita, lavorata. La versione dattiloscritta era una pietra grezza — un insieme di appunti e disegni, nella lingua meticcia di Morin, priva di ogni labor limae — ma alimentata da un pensiero innovativo nei contenuti e rivelatore del contesto politico-teoretico in cui era stato concepito: pieno dell’entusiasmo dell’immediatezza, della creatività, dell’inconsapevolezza del proprio destino. Inizialmente, abbiamo pubblicato il testo a puntate sulla rivista Complessità, poi, per intero, con Armando Siciliano Editore, infine in traduzione italiana. Ma la metafora della gemma ci dice ancora di più: come le gemme rivelano sfumature inattese, questo volume mostra oggi la sua faccia più luminosa, il concetto di organizzazione come chiave di lettura dell’intera opera — il tratto più marcatamente epistemologico dell’intero percorso moriniano”.
L’immagine della locandina del convegno ne porta proprio la testimonianza: è un disegno presente nel manoscritto originale, che ben rappresenta il senso del volume.
Raccogliere la sfida
Insieme alle loro testimonianze, gli interventi degli altri relatori hanno restituito un cammino attraverso le pagine, le parole e le idee di Morin, mostrando la vitalità di un pensiero che continua a interrogare il presente. Come ha ricordato il professor Giordano: “Morin ci ha offerto la via; ora spetta a noi tracciare nuovi sentieri”. E il convegno realizzato per i suoi 105 anni ne è forte testimonianza, nel suo intreccio incredibile tra vita e morte, memoria e futuro, eredità e progettualità. Un modo per realizzare quel desiderio che Morin aveva confidato alla moglie Sabah Abouessalam e che Fabiana Russo ha rievocato durante il Convegno: “Cara Sabah, se sarò ancora qui l’8 luglio, voglio poter celebrare non la mia nascita, ma il mio lavoro. E se non è possibile, fallo per me”.
A Messina, quel desiderio ha trovato ancora una volta compimento: celebrare non solo l’uomo, ma anche il pensiero di un filosofo che continua a vivere attraverso coloro che ne raccolgono la sfida.

