Il resto dell'area resta senza un piano d'insieme, così spunta l'ipotesi del ritorno a una vocazione sanitaria
MESSINA – La storia si misura a volte con il passo lento delle carte bollate e dei cantieri che non aprono mai. L’ex Ospedale Regina Margherita di Messina, chiuso nel 1999, è lo specchio di un’immobilismo che dura da ventisette anni. Oggi, mentre la procedura per il recupero del padiglione 10 prova a sbloccarsi, l’intero perimetro resta un enigma urbanistico fatto di progetti sulla carta, idee superate e spazi enormi ancora senza una destinazione certa.
Il cantiere del padiglione 10 e i nodi della Cittadella della Cultura
Il primo vero segnale concreto, dopo anni di annunci e promesse, ruota attorno ai 9 milioni e 322 mila euro stanziati per il padiglione 10. L’obiettivo della Regione è trasformare questa specifica struttura nella nuova sede della Biblioteca Regionale Universitaria, inserendola nel perimetro della mai nata Cittadella della Cultura.
L’iter, dopo la spinta impressa dalla commissione dell’Ufficio Regionale di Committenza insediatasi lo scorso autunno, è entrato nella fase tecnica più delicata. Si tratta di un intervento imponente, un lotto unico che prevede il consolidamento sismico, la ricostruzione dei corpi scala e la riorganizzazione degli spazi interni. Ma il punto politico e amministrativo è un altro: si interviene su un singolo edificio in assenza di un piano generale coordinato per l’intera area.
La mappa spezzata tra progetti superati e il presidio dell’Asp
Il complesso conta undici padiglioni principali, ma la programmazione regionale si è mossa storicamente a comparti stagni. Sulla carta, i padiglioni 1, 2 e 3 avrebbero dovuto ospitare uffici amministrativi e spazi museali, tra cui il mai realizzato Museo del Terremoto. Un’ipotesi, quest’ultima, che il tempo ha reso obsoleta, visto che una sezione dedicata al sisma trova già spazio all’adiacente MuMe.
Dall’altro lato c’è la realtà operativa che non si è mai fermata. L’Azienda Sanitaria Provinciale continua a presidiare e utilizzare stabilmente uno dei padiglioni interni della struttura. È l’unico corpo di fabbrica che non ha mai subìto la dismissione, ospitando i servizi di Medicina Legale, la commissione per le patenti, gli accertamenti per la legge 104 e il centro prelievi. Un avamposto sanitario quotidiano che dimostra come la vocazione originaria del luogo non sia mai stata del tutto cancellata.
I padiglioni fantasma e l’ipotesi del polo diagnostico
Il vero buco nero resta rappresentato da tutti gli altri edifici del complesso, lasciati all’abbandono per quasi tre decenni senza che esista uno straccio di progetto o di copertura finanziaria. È proprio su questo vuoto che si inserisce il dibattito politico e sindacale delle ultime settimane.
La proposta di destinare una parte dei padiglioni inutilizzati alla realizzazione di un polo diagnostico pubblico, avanzata nel dibattito cittadino e sostenuta dalle sigle di categoria, prova a riaprire la partita. Invece di insistere su una Cittadella della Cultura calata dall’alto e mai decollata nella sua interezza, l’idea di fondo è quella di integrare il recupero urbano con un servizio sanitario territoriale di cui la città ha bisogno. Ventisette anni di attesa sono troppi per continuare a procedere a tentoni.

