Continua la rubrica sulla città dimenticata e da riscoprire frutto del Comitato degli artisti e del collettivo Messina scrive
Foto di Ivan Villanti, testi Ambra Stancampiano, illustrazione a uncinetto Laura Lazzaro
MESSINA – Al centro della scena la “Messina abbandonata”. Un progetto corale nato dalla sinergia tra il Comitato degli artisti e il collettivo Messina scrive per riaccendere i riflettori su tredici tesori del patrimonio locale lasciati all’incuria. Un progetto che Tempostretto sposa: ogni domenica spazio a un tesoro messinese nascosto. Oggi il racconto si concentra sulla Casa del puparo a Maregrosso.
Don Chisciotte di cemento
di Ambra Stancampiano
(Casa del puparo, Maregrosso)
Il cavaliere mi ha plasmato nel cemento perché restassi di guardia al suo castello. E siccome il cemento è un materiale forte, ma non certo nobile, mi ha pensato paladino e disegnato Don Chisciotte.
Ma ho fallito. Costretto nel mio muro, non ho potuto combattere questo tempo di titani in ferro e plastica. Gli uomini con le carte hanno imprigionato come un trofeo le macerie di un castello impossibile, che svettava sul degrado e sul niente ed è stato sventrato dal progresso ignorante. E così sono diventato un testimone, occhi sbarrati dietro sbarre che ingabbiano la fantasia come se fosse un crimine.
Cammarata, forse, mi ha voluto don Chisciotte perché sapeva che il mondo è pieno di mulini a vento, e qualcuno dovrà pur combatterli perché tutti gli altri siano liberi.

La libertà, per lui, era una questione di castelli. Di cemento, di sabbia, anche solo in aria: a costruire castelli si risolve sempre qualcosa.
Ma, quando sono arrivati i draghi di ferro, il suo castello non ha retto.
Al suo posto adesso c’è un quartiere di titani che non dormono. Ogni giorno il vuoto alle mie spalle si riempie di bestie meccaniche che vomitano persone avvinte in chissà quale incanto, stregate da specchietti che non abbandonano mai. Cercano qualcosa, là dentro, che sembrano aver
dimenticato. Nessuno alza più lo sguardo su di noi, costrutti di un’altra era.
Il mio creatore lavorava per la gente, per la città, contro la città. Costruiva un castello abusivo di sassi, cemento e spazzatura come ultimo baluardo in difesa dei pezzenti.
Sapeva che la bellezza è un’arma da sfoderare ogni giorno in un quartiere emaciato di baracche e capannoni abbandonati. Mani nel cemento, occhi puntati verso l’invisibile che sta per arrivare, cercava di guadagnare terreno sul nulla che inghiotte la fantasia.
Le guglie, le colonne, i sassi e le statue del suo castello delle favole s’imponevano sulla miseria grigia e polverosa come un miraggio, collezionavano meraviglia e occhi sgranati. Lo chiamavano puparo e lo dicevano pazzo, ma si sa che i matti son cari agli Dei.
Poi sono arrivati gli uomini con le carte, e hanno portato con sé i draghi di ferro. Parlavano una lingua burocratica fatta di sigilli e di autorizzazioni. E hanno vinto, perché io sono attrezzato per combattere i mostri e i mulini a vento, ma non certo le carte e le parole.
I draghi coi denti di ferro hanno divorato il cemento come carne, le ruote dentate hanno calpestato sogni e ricordi, le mazze ferrate hanno dilaniato i miei compagni. Nessuno li ha fermati lancia in resta, nessuno ha gridato l’altolà.
Nemmeno io, che sono fatto di un cemento nobile e immobile. Però sono rimasto. Il cavaliere mi ha plasmato perché restassi, e adesso so che non importa se ho vinto o se ho perso. Perché io rimango conficcato in questo muro come una spina nel fianco di questa città ingrata. È restare, la mia
vera impresa. Per ricordare, a chiunque alzi gli occhi, che qui c’era un castello costruito da un cavaliere pazzo e qualcuno lo ha raso al suolo e l’ha chiamata riqualificazione.
Chi era il messinese Giovanni Cammarata e la sua Casa del puparo
Il Cavaliere Giovanni Cammarata nacque a Messina nel 1914. Da ragazzo venne messo a bottega presso gli artigiani e i marmisti del Gran Camposanto, dove imparò la scultura e la lavorazione del cemento. Diventò cementiere.
Durante la guerra venne fatto prigioniero dagli inglesi, a Gaza. Si narra che lì, nel centro del cortile del campo di prigionia, tirò su un castello di creta nell’arco di un giorno e una notte. Gli ufficiali, colmi di meraviglia, lo lasciarono andare. A Messina trasformò questa lezione in vocazione: edificò un vero e proprio castello abusivo in sassi, cemento e materiali di recupero, popolato di statue. Per questo
motivo viene ricordato come Il puparo.
La Casa del puparo è stata demolita nel 2007 (esiste un progetto di recupero, n.d.r.) per fare spazio al parcheggio di un centro commerciale. Ne rimane uno scampolo in rovina, ingabbiato in una struttura metallica, che resiste al degrado e alla spazzatura.
Nelle immagini Don Chisciotte: particolare di ciò che rimane dell’opera di Cammarata rielaborato da Laura Lazzaro (catenelle in cotone eseguite a uncinetto e incollate a mano libera su supporto
rigido); le condizioni in cui versa ciò che rimane della facciata della Casa del puparo. Photo credit:
Ivan Villanti/Thilgon.
