Rsa Don Orione. "I problemi non vanno nascosti ma c'è una realtà che non si vede da fuori"

Rsa Don Orione. “I problemi non vanno nascosti ma c’è una realtà che non si vede da fuori”

Redazione

Rsa Don Orione. “I problemi non vanno nascosti ma c’è una realtà che non si vede da fuori”

giovedì 09 Luglio 2026 - 09:40

La testimonianza di una lavoratrice che vive ogni giorno la struttura a Messina

MESSINA – Difficoltà economiche, ritardi, somme arretrate e preoccupazioni dei lavoratori della rsa Don Orione a Messina. “I problemi non devono essere nascosti e i diritti dei lavoratori non possono essere messi in secondo piano – scrive una lavoratrice, che chiede di restare anonima -. Chi lavora ha diritto a ricevere regolarmente la propria retribuzione, perché dietro ogni dipendente ci sono una vita, una famiglia, delle spese e delle responsabilità. Ma se si decide di raccontare una realtà, bisognerebbe avere il coraggio di raccontarla tutta. Perché il Don Orione non è soltanto ciò che si legge quando emerge una difficoltà. Non è soltanto un bilancio, una scadenza o una somma da recuperare”. Questa è la testimonianza di una lavoratrice che vive ogni giorno la struttura.

“Il Don Orione è fatto soprattutto di persone. Scrivo in forma anonima perché non voglio che l’attenzione si concentri su chi sono, sulla mia mansione o sul mio ruolo. Vorrei che si concentrasse su ciò che ogni giorno accade dentro una struttura che, nonostante tutte le difficoltà, continua a essere una casa per molte persone fragili e, per chi ci lavora, qualcosa che spesso somiglia a una famiglia”.

I piccoli gesti quotidiani che nessuno racconta

“Da fuori è facile vedere soltanto ciò che non funziona. Da dentro si vede anche altro. Si vedono operatori che ogni giorno entrano in servizio e si prendono cura degli anziani. Si vede chi li accompagna, chi li aiuta nelle necessità più semplici e in quelle più difficili, chi li ascolta quando hanno bisogno di parlare e chi impara a riconoscere persino un silenzio diverso dal solito. Si vede chi sistema una coperta, chi si ferma qualche minuto in più, chi ricorda un’abitudine, una preferenza, una paura. Chi riesce a strappare un sorriso in una giornata difficile. Chi entra in una stanza portandosi dietro i propri problemi, ma cerca comunque di lasciarli fuori dalla porta, perché la persona che ha davanti non ne ha alcuna colpa”.

“Sono gesti piccoli, talmente piccoli che spesso nessuno li racconta. Eppure sono proprio questi gesti a tenere in piedi, ogni giorno, una comunità di cura. Le difficoltà economiche esistono e nessuno dovrebbe fingere il contrario. Ma una difficoltà non può diventare l’unico modo attraverso cui raccontare un’intera struttura e tutte le persone che ne fanno parte. Esistono problemi che possono accumularsi nel tempo. Esistono situazioni complesse che non nascono in un giorno e che, proprio per questo, non possono essere risolte in un giorno”.

Una responsabilità che va oltre la singola struttura

“Chi oggi ha il compito di amministrare una realtà così complessa deve fare i conti anche con ciò che viene dal passato, cercando contemporaneamente di garantire il presente e costruire un futuro. Il percorso può essere lungo, può richiedere tempo e può non essere perfetto. Ma anche i passi avanti meritano di essere raccontati. Chi vive questa realtà dall’interno può vedere i tentativi di affrontare gradualmente ciò che è rimasto indietro, di recuperare, di riorganizzare e di continuare a far funzionare una struttura che ogni giorno si prende cura di persone che hanno bisogno di assistenza. Questo non significa cancellare i problemi, non significa chiedere ai lavoratori di rinunciare ai propri diritti e non significa sostenere che tutto vada bene. Significa semplicemente raccontare la verità nella sua interezza”.

“E la verità è che, mentre si discute delle difficoltà, ci sono persone che continuano a lavorare. Ci sono operatori che continuano a prendersi cura degli anziani con affetto e dedizione. Ci sono sacrifici quotidiani che non finiscono sui giornali. Ci sono famiglie che affidano i propri cari a persone che, giorno dopo giorno, imparano a conoscerli e a volergli bene. C’è poi una domanda più grande che dovremmo porci: quanto è giusto attribuire ogni responsabilità alla singola struttura o alla singola cooperativa sociale, senza guardare al sistema nel suo complesso?”.

Continua la lettera al giornale: “L’assistenza agli anziani, alle persone con disabilità e ai soggetti più fragili rappresenta una delle sfide più importanti della nostra società. La popolazione invecchia, i bisogni aumentano, i costi crescono. Le famiglie sono spesso in difficoltà e il sistema pubblico non sempre riesce a rispondere a tutte le necessità. In questo spazio complesso operano strutture, enti e cooperative sociali che si trovano a gestire bisogni enormi con risorse che non sempre crescono allo stesso ritmo. Questo non deve diventare un alibi per chi sbaglia, ma non può neppure essere ignorato. Perché è facile indicare un solo colpevole, mentre è molto più difficile interrogarsi su un sistema che, in molti casi, fatica a sostenere davvero chi si prende cura delle persone più fragili”.

Il valore di restare e di continuare a curare

E ancora: “Se vogliamo parlare dei problemi del Don Orione, parliamone. Se vogliamo chiedere chiarezza, chiediamola. Se vogliamo pretendere che ogni lavoratore riceva ciò che gli spetta, facciamolo con forza. Ma raccontiamo anche tutto il resto. Raccontiamo chi continua a esserci, chi non smette di prendersi cura, chi, nonostante una giornata difficile, trova ancora la pazienza di ascoltare. Raccontiamo chi riesce a trasformare una struttura in qualcosa che assomiglia a una casa”.

“Per molti di noi il Don Orione è questo: una realtà certamente non perfetta, con problemi reali che devono essere affrontati e risolti, ma anche una delle esperienze umane più autentiche che si possano vivere. È una comunità e, per molti, è una famiglia. Una famiglia può attraversare momenti difficili, può avere problemi da risolvere, ferite da curare e un passato con cui fare i conti. Ma una famiglia non si racconta soltanto attraverso i suoi debiti. Si racconta anche attraverso chi resta, attraverso chi si prende cura, attraverso chi continua a credere che quella casa possa avere un futuro”.

Ed ecco la conclusione: “Forse, prima di giudicare una realtà soltanto per ciò che non funziona, dovremmo imparare a guardare anche tutto ciò che, silenziosamente, continua a funzionare grazie alle persone. Perché dietro una struttura ci sono numeri, bilanci e difficoltà. Ma davanti a quei numeri ci sono esseri umani. E gli esseri umani meritano di essere raccontati tutti”.

Lettera firmata – L’autrice chiede di rimanere anonima

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