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Mafia sui Nebrodi: l’ascesa dei tortoriciani e dei batanesi

Alessandra Serio

Mafia sui Nebrodi: l’ascesa dei tortoriciani e dei batanesi

giovedì 16 Gennaio 2020 - 07:33
Mafia sui Nebrodi: l’ascesa dei tortoriciani e dei batanesi

I rapporti dei batanesi con i palermitani e i catanesi, i summit mafiosi, gli investimenti con i Santapaola. Ecco come la mafia dei Nebrodi controlla mezza Sicilia

I clan di Tortorici hanno assunto un ruolo di assoluta importanza, nel panorama della mafia siciliana. E’ questo il senso dell‘operazione Nebrodi scattata ieri dopo le indagini di Carabinieri e Guardia di Finanza. A coordinare l’inchiesta è stato il procuratore aggiunto Vito Di Giorgio, che ha condotto tutte le principali indagini di mafia degli ultimi anni.

Nel centro nebroideo, la famiglia dei Batanesi – che prende il nome dalla contrada Batana – ha fatto fruttare gli anni di carcere degli esponenti storici, nei decenni scorsi arrestati e condannati per le operazioni Mare Nostrum e le successive, intessendo rapporti con le altre famiglie mafiose siciliane.

Oggi i batanesi dialogano direttamente con San Mauro di Castelverde, mandamento considerato quello che ha l’ultima parola in fatto di contese mafiose siciliane,i cui referenti prima si rapportavano con Capizzi e Mistretta e successivamente avevano eletto Barcellona a famiglia referente per il messinese.

A Centuripe, nell’ennese, dove hanno il controllo di un bacino idrico, hanno una “decina” alle loro dirette dipendenze. E a Tortorici, Floresta e dintorni controllano un fiorente mercato di marijuana.

Contemporaneamente alcuni nuclei familiari, in particolare la famiglia dei Bontempo Scavo, nella vicina contrada di Sceti, – ma non soltanto loro – mettevano in piedi enormi riserve finanziarie, attraverso le truffe alla Ue, e diversificando le attività con aziende a Caltagirone, nel catanese, nella provincia di Enna, in parte nell’area del ragusano-siracusano. Attraverso queste società, sono entrati in rapporto con i catanesi dei Santapaola e dei Cappello, o ancora dei Brunetto.

COME SI RICOSTITUISCE IL CAPITALE MAFIOSO SUI NEBRODI

Quando l’operazione Gotha ha azzerato il clan di Barcellona, gli stessi barcellonesi hanno dovuto ammettere – ascoltati dalle cimici degli investigatori – che non sapevano a chi rivolgersi, se non ai batanesi, per riempire il vuoto di potere.

E’ così che i tortoriciani hanno preso il controllo di zone di importanza strategica storica, prima di esclusiva competenza barcellonese. Come Montalbano Elicona, il centro che una volta era dei fratelli latitanti Mignacca, spietati killer proprio dei tortoriciani.

La prova? Ancora una volta le intercettazioni dell’operazione Nebrodi. I Ros dei Carabinieri hanno infatti intercettato un incontro avvenuto nel messinese, tra i rappresentanti del clan Cappello di Catania e i tortoriciani.

Sul tavolo c’è una disputa per l’effettiva gestione di un terreno, i Cappello spalleggiano uno dei “contendenti”, dall’altro lato c’è un referente dei tortoriciani. Per trattare del terreno di Montalbano, i Cappello si assicurano prima che ci sia un rappresentante della famiglia mafiosa del messinese, ed è appunto ai batanesi che si rivolgono e “invitano”. Alla trattativa però hanno la meglio proprio i “protetti” dai tortoriciani. “Ci siamo trovati davanti un muro”, commentano i Cappello, ritirandosi in buon ordine, Quel muro era proprio Vincenzo Galati Giordano.

“Lupin”, così è noto il pregiudicato, è stato scarcerato nel 2016, proprio l’anno in cui i Ros dei Carabinieri cominciano a lavorare sull’area dei Nebrodi. E per la sua liberazione e il ritorno a casa era stato organizzato a Rinazzo, nell’area di Tortorici, un vero e proprio “banchetto”.

Tortorici è un centro storicamente vivace, dal punto di vista economico. Il centro storico, più vicino alla SS113 e al mare, è contorniato da una miriade di contrade, ben 71, che affacciati su due crinali montuosi guardano la vallata. Attraverso i passi montani i pascoli dei tortoriciani e le altre loro attività economiche sono arrivate nell’ennese, nella provincia di Palermo, nell’area agricola di Caltagirone e Lentini, tra Catania e Siracusa.

I commercianti del centro storico, invece, sono sempre stati attivi operatori economici che hanno fatto fortuna anche nel catanese. Tanta gente che lavora onestamente, ancora oggi, e che esporta prodotti e produzioni di eccellenza, in un territorio in passato tristemente famoso per le guerre tra i clan, i cui rappresentanti sono purtroppo oggi ancora attivi.

Tra qualche giorno, il 20 gennaio, si festeggia San Sebastiano Martire, patrono di Tortorici e patrono di altri centri della tirrenica, come Barcellona pozzo di Gotto.

Una festa molto sentita nel centro oricense, che due volte l’anno (il patrono viene celebrato nuovamente in estate), richiama nel paese dei Nebrodi tutti i tantissimi tortoriciani sparsi per la Sicilia e anche all’estero.

Quest’anno però dietro la statua del santo mancherà il sindaco con la fascia. Un sindaco giovane, un professionista agronomo, eletto ad aprile scorso come simbolo di un rinnovamento anche da certi fenomeni che hanno penalizzato l’immagine del territorio.

Ieri è stato arrestato per concorso esterno, ed ora dovrà difendersi dall’accusa di aver avvallato, come operatore dei CAA, pratiche con documenti che sapeva benissimo essere falsi.

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2 commenti

  1. Non discuto il corpo dell’articolo, né i fatti di cui esso tratta, in merito ai quali confido nel lavoro della magistratura.
    Tuttavia non posso non manifestare tutto il mio disappunto per l’infedele titolo dato all’articolo e per l’immagine ad esso associata.
    Ignobile questo accostamento! Una profonda e gratuita offesa nei confronti dei “nudi” (devoti a San Sebastiano) e, cosa ancor peggiore, verso lo stesso San Sebastiano.
    La giornalista chieda scusa a tutti i Tortoriciani ONESTI e, in primis, a tutti i Tortoriciani fedeli e credenti.
    Sebastiano Calà Scarcione

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  2. Il titolo dato all’articolo è una offesa a tutti quanti, in assoluta onesta di vita, credono in San Sebastiano. Avete compiuto una vera blasfemia. Chiede scusa se siete onesti.
    Il diritto di cronaca non deve sconfinare dello squallore.

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