Masterplan: ecco la verità storica dei fatti. E chi ha portato i soldi a Messina

Masterplan: ecco la verità storica dei fatti. E chi ha portato i soldi a Messina

Rosaria Brancato

Masterplan: ecco la verità storica dei fatti. E chi ha portato i soldi a Messina

lunedì 13 Luglio 2020 - 15:48
Masterplan: ecco la verità storica dei fatti. E chi ha portato i soldi a Messina

La cronistoria dei fatti attraverso i link degli articoli di Tempostretto. Ecco cosa è accaduto dal 5 novembre 2015 al 22 ottobre 2016

Entro dicembre 2021 apriranno, tra Comune di Messina e Città Metropolitana, 166 cantieri per circa 500 milioni di euro. Tra questi cantieri ci sono anche quelli del Masterplan, in merito ai quali è in corso una querelle che ha del surreale se si pensa che la vicenda ha avuto inizio 5 anni fa.

La cronistoria dal 2015 al 2016

Tempostretto è una testata giornalistica on line, pertanto, poiché siamo stati testimoni di quei fatti e li abbiamo raccontati con decine di articoli, abbiamo deciso di fare una CRONISTORIA di quanto accaduto, allegando i link degli articoli. Non c’interessano le polemiche ma la verità dei fatti rispetto a quanto accaduto dai primi giorni di novembre 2015 al 22 ottobre 2016 quando è stato firmato il Patto per Messina.

Garofalo, D’Alia, Currò

Una premessa è doverosa: se i soldi per il Masterplan ci sono e se Messina è stata inserita in quell’elenco lo si deve a quelli che oggi chiamiamo esponenti della vecchia politica (e con i quali Tempostretto non è mai stata tenera), gli allora deputati nazionali Enzo Garofalo e Gianpiero D’Alia, nonché, del Pd attraverso due persone oggi uscite dalla scena messinese: l’allora deputato Tommaso Currò e l’allora commissario Ernesto Carbone. Dopo la spinta iniziale fu un’attività corale che dimostra come quando MESSINA FA SQUADRA le cose si ottengono, quando litighiamo per decidere chi è più bello e intelligente facciamo la fine dei polli di Renzo di manzoniana memoria. Andiamo per ordine nel ricostruire, archivio alla mano i fatti.

L’allarme di Limosani

In principio, il 5 novembre del 2015 fu un post dell’economista Michele Limosani. La mattina del 5 scrisse su facebook un post con questo titolo: SOS così si muore. Il docente messinese spiegava che, inspiegabilmente, la Città Metropolitana di Messina era rimasta fuori dai 7 miliardi destinati alle 7 Città Metropolitane del Piano per il Sud. Cosa è accaduto? Si chiedeva. Di chi è la colpa? Tempostretto titola: “ancora uno schiaffo a Messina”. Immediate furono le reazioni del mondo politico e dell’amministrazione Accorinti.

Renzi dimentica Messina

Si scoprì peraltro che l’idea era di Area Popolare- Ncd ma che, il governo Renzi aveva “dimenticato” che Messina era stata inserita tra le Città Metropolitane (peraltro grazie alla battaglia di un altro messinese della vecchia politica, Giovanni Ardizzone, all’epoca presidente dell’Ars). Accorinti fa un appello alla deputazione nazionale che gli risponde a vario modo, anche rispendendo al mittente alcune accuse. Frattanto Enzo Garofalo e Gianpiero D’Alia si muovono a Roma e oltre alle interlocuzioni verbali (Garofalo era vice presidente della Commissione Trasporti e D’Alia, ex ministro) presentano un’interrogazione urgente chiedendo che venisse corretto il grave danno. Anche Tommaso Currò (messinese, ex M5S transitato al Pd) si muove direttamente con il sottosegretario De Vincenti che era il vero papà tecnico del Masterplan.

Messina “rientra” nell’elenco

Il 7 novembre, senza alcun comunicato stampa né dichiarazione ufficiale Messina compare nell’elenco. Tempostretto titola: “Renzi ripara all’ennesima sberla”. In quell’articolo vengono riportati i ringraziamenti dell’allora vicesindaco Signorino alla deputazione ed alla politica. C’è anche un commento a firma Currò-Francesco Palano Quero-Alessandro Russo. L’essere stati inseriti, in ritardo e per il rotto della cuffia, nel Piano per il Sud, è solo il primo passo. Adesso infatti occorreva avere i progetti e presentarli in tempo (entro fine dicembre 2015). Chiaramente il governo mostra comprensione per la situazione ma chiede celerità. Accorinti incontra De Vincenti che chiede la compilazione delle schede entro Natale.

La rivolta dei 108 sindaci

Frattanto si era posto un altro problema: in Sicilia la riforma Delrio era impantanata nel caos di Crocetta e della sua abolizione delle ex province, pertanto Palazzo dei Leoni aveva un commissario (Filippo Romano) e restava il problema di chi avrebbe dovuto fare da capofila della Città Metropolitana di Messina. Accorinti era ancora soltanto sindaco del comune capoluogo e non ancora sindaco metropolitano. In quei primi giorni di dicembre quindi, a fronte anche di quanto accaduto a novembre, scoppiò la rivolta dei sindaci della zona jonica e tirrenica che volevano essere pienamente rappresentati. Chiedevano anzi che a Roma si presentasse una delegazione: non siamo vassalli, tuonarono. Temevano inoltre che il Comune di Messina intendesse fare la parte del leone sui progetti e quindi sui finanziamenti. Da Mario Foti di Falcone a Roberto Materia a Barcellona fino a Nino Bartolotta di Savoca, i sindaci stilarono più di un documento.

Il grande bluff

Tempostretto organizzò anche due dibattiti in entrambi i versanti, jonico e tirrenico, alla presenza di sindaci, politici, sindacati, imprese. Per noi, ieri come oggi, il Masterplan era uno straordinario strumento di sviluppo. Dopo le prime schede presentate si pose il problema da un lato della rimodulazione dall’altro dell’entità reale dei finanziamenti. Tempostretto non esitò a titolare “il grande bluff”. Intanto si era già nel 2016 e il governo nazionale chiedeva non tanto un “elenco della spesa” quanto progetti reali e dettagliati. Da qui l’esigenza di rimodulare e tenere in considerazione i progetti che sarebbero arrivati in porto prima del finire del secolo.

Messina lumaca

Nell’aprile del 2016 è Carbone ad affondare il colpo sui ritardi del Patto per Messina, che attribuisce all’amministrazione Accorinti. Il 27 aprile Renzi arriva in Sicilia e firma i Patti per le Città Metropolitane di Catania e Palermo (il giorno prima anche quello di Reggio Calabria). Messina non è ancora pronta. A maggio si registra lo scontro tra i sindaci della provincia e il vicesindaco Signorino (che di fatto seguì tutta la vicenda Masterplan). Accadde infatti che nonostante la decisione di recarsi a Roma con una delegazione di sindaci per incontrare De Vincenti, Signorino partì da solo, avvisando gli altri colleghi a tarda sera. “Questione di rispetto”, dichiarò il sindaco di Barcellona Roberto Materia.

De Vincenti a Messina ma…

A settembre 2016 è De Vincenti a venire a Messina, per la precisione al Palacultura, grazie anche all’azione che Currò fece in quei mesi. Presenti tutti i sindaci, all’appello mancava Accorinti ( e anche Signorino), scatenando le reazioni del commissario Carbone e di Currò. Chiaramente De Vincenti, che di lì a poco sarebbe diventato ministro, non la prese affatto bene. Il 10 settembre Renzi torna nell’isola e firma il Patto per la Sicilia e ancora una volta Messina non è pronta.

Il Patto per Messina sarà firmato da Renzi il 22 ottobre 2016 all’Università di Messina. Questo è quel che accadde in quell’anno, riportato attraverso gli articoli di cronaca. Più che al passato è arrivato il momento di guardare al futuro. Ma a proposito di passato sarebbe giusto dare a Cesare quel che è di Cesare (in questo caso quei deputati nazionali che si sono impegnati per salvare i soldi, senza fare proclami nè adesso rinfacciare nulla a nessuno)

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5 commenti

  1. Ogni tanto ci vuole una giornalista seria che racconta una cronistoria reale ! Bene.

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  2. E come mai il tibetano non spese mai i soldi? questo non si sa oppure si

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    1. I progetti (non so quanti) sono stati finanziati, tant’è che De Luca se non ricordo male si è preso la briga di rimodularli perchè ovviamente non gli piacevano.

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  3. Vedo Renato Accorinti firmare con Renzi per il Masterplan.
    Non è un commento ma una costatazione.

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  4. Quindi immagino che qualunque sindaco intercetti i fondi non lo faccia mai grazie anche al lavoro della propria amministrazione, ma solo e sempre grazie a terzi, anzi a leggere bene l’articolo sembra che a volte i fondi possano essere imposti alle amministrazioni persino quando queste non vorrebbero ottenerli.
    Stiamo dicendo che le amministrazioni passive o meno che siano ottengono ugualmente i fondi per intervento di terzi?

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